Reportage da Tramonti, viaggio nel mondo dell’uomo che – molto prima dei franchising – aveva già rivoluzionato la pizza italiana:
“Non è solo una storia di pizza. È una storia di visione, comunità e ingegno.”

di Gianluigi Veronesi

Arrivare a Tramonti, scendendo dal Nord Italia, non significa semplicemente fare tanti chilometri. È un passaggio, in realtà. Quasi una trasformazione lenta, progressiva, che avviene mentre il paesaggio cambia e, insieme al paesaggio, cambia anche il tuo modo di guardare le cose. Dopo aver attraversato Napoli si comincia a salire verso la montagna. Le strade si restringono, le curve si moltiplicano, l’aria diventa più fresca, più ruvida, quasi più vera. I rumori si abbassano lentamente, il traffico resta lontano, e ad un certo punto ti accorgi che stai entrando in un luogo che il tempo non ha semplicemente conservato: lo ha protetto.

Esempio di un forno sociale della zona di Tramonti – credit Comune di Tramonti
Perché qui, a Tramonti, le mode non hanno modellato il territorio. Non lo hanno nemmeno sfiorato davvero. Così come non hanno nemmeno sfiorato le persone. Quassù resistono ancora parole che altrove vengono usate solo nei convegni o nelle campagne pubblicitarie: autenticità, sacrificio, coerenza, appartenenza, fatica. Ma qui non sono slogan. Sono materia quotidiana. Sono il carattere stesso delle persone. E infatti nessuno cerca di venderti una narrazione costruita. Nessuno recita una parte. Al contrario, tutti sembrano animati dal desiderio sincero di accompagnarti dentro l’anima autentica di questo territorio montano, disseminato tra tredici frazioni che si rincorrono tra boschi, vigneti, castagneti e vallate, custodendo storie di privazioni, emigrazione, lavoro durissimo e intuizioni straordinarie.

Storie come quella di Luigi Giordano, l’uomo che molti decenni fa diede vita, senza nemmeno saperlo, a quello che con simpatia mi viene da definire il “proto-franchising” della pizza italiana. Tramonti è una terra difficile. E questa difficoltà la percepisci subito. Fa quasi impressione pensare che, laggiù, a pochi chilometri in linea d’aria, esista la Costiera Amalfitana delle cartoline, degli yacht, degli hotel di lusso e del turismo internazionale. Qui invece, tra i seicento e i settecento metri d’altitudine, il paesaggio cambia radicalmente. Cambia il ritmo della vita. Cambia perfino la mentalità delle persone. Mi trovo in mezzo a uomini che non hanno frequentato master universitari o business school patinate, ma che hanno imparato il mestiere nei forni sociali, nelle stalle, nei caseifici, nelle vigne e dentro comunità dove il lavoro non era teoria ma sopravvivenza quotidiana. Qui il sapere passava di mano in mano, di padre in figlio, di famiglia in famiglia, passava tra le contrade e si diffondeva nelle frazioni, passando anche per campagne, vigneti, fazzoletti di terra terrazzati e forni comuni.

Raccolgo voci. Ascolto racconti.
Osservo gesti antichi che ancora sopravvivono senza bisogno di essere esibiti. E lentamente comprendo che a Tramonti la pizza non è mai stata soltanto pizza. È stata riscatto sociale, organizzazione economica, migrazione, identità culturale.
Tra tutti i nomi che emergono durante questo viaggio, uno ritorna continuamente con una forza diversa dagli altri. Non è necessariamente il più citato. È il più riconosciuto. Il nome che affiora quasi inevitabilmente ogni volta che si parla delle origini, delle partenze verso il Nord, delle prime pizzerie aperte lontano dalla Campania, delle famiglie tramontane che costruirono fortuna e lavoro fuori dalla propria terra. Luigi Giordano. La cosa più sorprendente qui, è che nessuno sente davvero il bisogno di introdurlo. Perché qui il nome di Luigi Giordano non appartiene soltanto alla memoria imprenditoriale del territorio. Appartiene alla memoria collettiva. È uno di quei nomi che sembrano già presenti nell’aria prima ancora di essere pronunciati.

A raccontarne la storia con particolare partecipazione è anche il vicesindaco di Tramonti, Vincenzo Savino, che ne parla non con il distacco istituzionale di chi espone una semplice vicenda amministrativa o storica, ma con il trasporto emotivo di chi sente di raccontare un uomo che appartiene profondamente all’identità stessa della comunità. Lo ascolto mentre ricostruisce episodi, intuizioni, partenze, sacrifici, dettagli, luoghi e nomi con una partecipazione quasi viscerale. Non c’è retorica nelle sue parole. Non c’è costruzione artificiale del racconto. C’è memoria viva. E mentre parla, comprendo definitivamente una cosa: la storia di Luigi Giordano non è soltanto la storia di un imprenditore della pizza. È la storia di come una piccola comunità montana sia riuscita, attraverso il lavoro, l’ingegno e il senso di appartenenza, a portare un pezzo di sé nel Nord Italia senza mai perdere la propria anima.

Parlare di Luigi Giordano significa parlare di un personaggio straordinario”-  racconta Savino, quasi rallentando il ritmo della voce – “Perché è uno di quei nomi che si fanno spazio da soli. Dietro non c’è soltanto una persona. C’è un’origine”.
Ed è vero. Più ascolti, più ti rendi conto che non sei davanti semplicemente alla biografia di un uomo. Sei davanti alla nascita di un sistema, un modello umano ed economico che, senza alcuna teoria scritta, finirà per anticipare dinamiche che oggi studieremmo nei corsi di management.
Per capire davvero la portata della figura di Luigi Giordano bisogna tornare indietro nel tempo, nell’Italia del dopoguerra. Un Paese ancora ferito, che cerca faticosamente di rialzarsi tra macerie, scarsità e ricostruzione. È un’Italia povera, concreta, dura. Un’Italia in cui nulla può essere sprecato. Ed è proprio in questo contesto che emerge la figura di Luigi Giordano.
Non era un teorico, non era un accademico” –  continua Savino – “Era un uomo pratico. Uno di quegli uomini immersi nella concretezza assoluta del lavoro quotidiano, ma capaci di vedere opportunità dove altri vedevano soltanto problemi”.
Giordano gestisce un caseificio. E come accade spesso in quegli anni, il vero problema non è produrre, ma vendere. Il prodotto invenduto rischia di diventare un peso economico insostenibile. Uno spreco quasi intollerabile in un’Italia che ancora conosce bene la fame e i sacrifici. Ed è esattamente lì che nasce l’intuizione. Una frase semplice. Brutale nella sua essenzialità. Eppure destinata a cambiare tutto.
Quello che non vendo, lo trasformo”.

Dentro questa frase c’è già tutta la visione di Luigi Giordano. È qui che prende forma una delle intuizioni più rivoluzionarie della ristorazione moderna: la pizza da asporto. Non la pizza come fenomeno glamour o gastronomico, ma come risposta concreta ad un bisogno reale. Un prodotto semplice, accessibile, facilmente consumabile, perfetto per una società italiana che sta lentamente cambiando ritmo, abitudini e stile di vita. Ma l’intuizione, da sola, non basta mai. Serve la capacità di trasformarla in modello. Savino entra nel merito: “La prima pizzeria di Giordano nasce a Oleggio, vicino a una caserma militare” – prosegue Savino – “E non è una scelta casuale. È una scelta lucidissima. Dove c’è movimento, dove c’è passaggio continuo di persone, dove esistono flussi costanti, lì esiste domanda”.
Oggi questo principio appare quasi ovvio. Ma negli anni cinquanta non lo era affatto. E invece Luigi Giordano lo comprende con straordinario anticipo. Le sue pizze al taglio iniziano ad avere un successo immediato. Il modello funziona. Ma soprattutto, il modello è replicabile. Ed è proprio qui che Luigi Giordano compie il vero salto di qualità.
Non si limita ad aprire pizzerie” – sottolinea Savino – “ma Costruisce un sistema, forma persone. Trasmette competenze. Affida gestione e responsabilità mantenendo però un controllo preciso della filiera e dell’identità del progetto. In un’epoca in cui il concetto stesso di rete organizzata è ancora embrionale, Luigi Giordano dà vita a qualcosa che oggi definiremmo senza esitazioni un proto-franchising”.
Ma sarebbe quasi riduttivo chiamarlo così. Perché qui non esistono manuali operativi, ma intuizione, pragmatismo, fiducia reciproca e senso di comunità.
Nasce così anche un nome destinato a diventare simbolico: Marechiaro. Un nome evocativo, profondamente identitario, capace di portare con sé tutto un immaginario napoletano fatto di mare, umanità, calore e appartenenza. Marechiaro non è semplicemente un’insegna commerciale. È un richiamo culturale. È quasi una bandiera. Savino prosegue il racconto: “Le pizzerie iniziano a moltiplicarsi: Oleggio, Casale Monferrato, Pordenone e molte altre realtà del Nord Italia. Ma nulla avviene casualmente. Ogni apertura sembra seguire una logica precisa: vicinanza ai flussi, alle aree produttive, ai luoghi di passaggio, alle nuove geografie del lavoro italiano. È una crescita coerente, ordinata, sorprendentemente moderna. Tra gli anni cinquanta e settanta, ciò che era nato come soluzione a un problema produttivo si trasforma progressivamente in un fenomeno sociale. Oltre sessanta pizzerie, famiglie che si trasferiscono dal Sud al Nord, comunità che si ricompongono attorno ad un mestiere, identità che si spostano senza dissolversi. E c’è un dato che racconta tutto meglio di qualsiasi analisi sociologica: oltre il novanta per cento dei pizzaioli coinvolti in questa rete proviene da Tramonti. Non è una coincidenza. È un sistema culturale che si trasferisce, si replica, si rafforza. È la dimostrazione concreta che quando un territorio genera competenze autentiche, quelle competenze diventano patrimonio esportabile. Nacque così una rete umana ed economica impressionante” – prosegue Savino – “Una rete costruita non sui contratti, ma sulla fiducia. I compaesani che partivano verso il Nord non trovavano soltanto lavoro. Trovavano una comunità che li accoglieva, una struttura che li sosteneva, un sistema che permetteva loro di crescere”.

Qui la storia supera i confini della semplice ristorazione. Perché quei locali aperti nel Nord Italia non erano soltanto attività commerciali. Savino prosegue il racconto con voce quasi rotta: “Erano pezzi di Tramonti trapiantati nell’Italia industriale. Bisognerebbe quasi immaginarseli, quegli uomini. Partono dalla Costiera Amalfitana e si ritrovano improvvisamente immersi nella nebbia piemontese, nelle periferie lombarde, nei ritmi durissimi delle fabbriche del Nord degli anni cinquanta e sessanta. Molti lavorano fino a notte fonda. Dormono poco. Affrontano inverni rigidissimi lontani dal mare, dal sole e dalle montagne della loro terra. Eppure dentro quei locali portano qualcosa che va molto oltre il cibo: convivialità, profumo del fior di latte, portano impasti, vino, dialetti, umanità, gesti antichi, ortano il Mediterraneo dentro l’Italia operaia. In questo scenario che il fenomeno Marechiaro si consolida e si diffonde sempre di più. Non soltanto come rete commerciale, ma come simbolo identitario dei tramontani emigrati al Nord…tutto nasce dall’intelligenza pratica di un uomo con la terza elementare”.

Un dettaglio che oggi assume quasi una forza narrativa disarmante. Perché siamo abituati a pensare che il successo debba necessariamente passare attraverso business school, strategie sofisticate, linguaggi manageriali e modelli teorici complessi. La storia di Luigi Giordano racconta invece qualcosa di completamente diverso. Racconta l’esistenza di un’intelligenza popolare italiana capace di leggere il mercato in modo naturale, quasi istintivo. Una forma di imprenditoria profondamente umana. Giordano non sfruttava: formava. Non tratteneva: promuoveva. Non costruiva soltanto aziende: costruiva persone.
Un modello fondato sulla fiducia. Non sull’individualismo, ma sulla crescita collettiva. Ed è forse proprio questo il motivo per cui ancora oggi, a Tramonti, il suo nome continua ad essere pronunciato con rispetto autentico. Sono molti gli imprenditori che costruiscono aziende. Molto meno numerosi, invece, quelli che riescono a lasciare memoria.
Luigi Giordano, in questo contesto, non è solo un imprenditore. È un catalizzatore. Un uomo capace di trasformare una risorsa locale in un modello diffuso, anticipando logiche che oggi diamo per scontate, ma che allora erano pura avanguardia operativa.

Oggi lui non c’è più. Ma la sua visione sì.
La storica Pizzeria Marechiaro esiste ancora, viva, concreta, gestita dalla terza generazione. Non come reliquia, ma come attività reale, quotidiana, operativa. La sua storia è stata anche raccontata nel libro L’uomo delle pizzerie, ma la verità è che non ha bisogno di essere celebrata per continuare a esistere. È già scritta nei fatti. E allora, tornando a camminare tra questi luoghi, tra le voci raccolte, tra i racconti che si intrecciano, tutto diventa più chiaro. Tramonti non è solo un luogo geografico. È un’identità produttiva, culturale, sociale. Un sistema che ha saputo generare valore e diffonderlo ben oltre i propri confini. E al centro di questo sistema, ancora oggi, c’è lui. Luigi Giordano. Non come figura da commemorare, ma come origine concreta di un modello che ha attraversato il tempo.

PIZZACADEMY: QUANDO LE SCUOLE DELLA PIZZA SI INCONTRANO AI MONTI DI TRAMONTI

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante questo viaggio-reportage a Tramonti riguarda la volontà, da parte dell’Associazione Pizza Tramonti e del territorio stesso, di trasformare la pizza non in terreno di competizione, ma in strumento di dialogo culturale e confronto professionale. Ed è esattamente questo lo spirito che ha animato la recente edizione della “PizzAcademy”, svoltasi il 21 aprile 2026 presso la storica pizzeria “Al Valico di Chiunzi”, luogo simbolico sospeso tra i Monti Lattari e la Costiera Amalfitana, quasi crocevia naturale tra mondi diversi. La vera forza dell’iniziativa non è stata soltanto celebrativa. Anzi. L’elemento più intelligente e moderno è stato probabilmente un altro: la volontà di mettere attorno allo stesso tavolo, allo stesso forno e allo stesso banco di lavoro una ventina di pizzaioli provenienti da differenti scuole italiane della pizza. Non soltanto maestri tramontini, dunque. Ma interpreti della scuola napoletana tradizionale, della contemporanea casertana, della romana, della salernitana e di altre importanti correnti dell’arte bianca italiana, eccoli di seguito, con il nome della loro pizzeria e il nome della pizza che hanno presentato in occasione della giornata di studio e confronto:

Robertino Cupo (Pizzeria Robertino Cupo, Palomonte, https://www.facebook.com/p/Robertino-Cupo-Pizza ), ha presentato la pizza “Coast to Coast” . Ingredienti principali: bufala del Cilento, carpaccio affumicato di tonno rosso, carciofi di Paestum, provola affumicata, bottarga, limone Amalfi, olio EVO;

Simone De Gregorio (La Bolla, Caserta, https://www.labollacaserta.it/ ) – ha presentato la pizza “Sentiero delle Formichelle”. Ingredienti caratterizzanti: ricotta di bufala, limone, acciughe, provola;

Jessica De Vivo (Napoli, https://www.instagram.com/jessica_de_vivo_/ )  ha presentato la pizza “Pizza al profumo di Costiera”: tonno rosso, pomodori gialli e rossi, provola, polvere di olive, basilico;

Carlo Fiamma (Amalfi, Pizzeria “Pizza e Cantina”, https://carlofiammapizzaecantina.it/ ) – ha presentato “A modo mio”: crema di pomodorino giallo, tonno rosso, cipolla caramellata, mollica fritta al limone, sfusato amalfitano;

Francesco Giordano (Ristorante Pizzeria Serenella, Brescia, https://www.facebook.com/Pizzeria.Serenella.Brescia/ ) – Ha presentato la “Pizza Peschiera”: multicereali con semi di finocchio, mozzarella doppia consistenza, insalata, olive, limone, noci, pomodori, riduzione al Tintore;

Vittorio Giordano (Pizzeria Giordano, Biella, https://ristorantepizzeriagiordano.it/) – Ha presentato la pizza “Tonno e dolcezza”: bianca con pomodorini, fior di latte, tonno, composta di cipolla rossa;

Vittorio & Graziano Giordano (Pizzeria ristorante Al Valico, Tramonti, https://www.ristorantealvalicodichiunzi.it/ ) hanno presentato una particolare pizza al metro, visto che questa è proprio la loro specialità. L’hanno chiamata “La Tramontana”: pizza al metro con salame e funghi chiodini al limone, guanciale, patate e provola;

Giuseppe Imperato (Pizzeria Il Porticciolo a Maiori) – ha presentato “Oro d’autunno”: fior di latte, castagne, pancetta, miele di castagno, finocchietto;

Roberto Luise (Robbbertone Pizza, Valmontone, https://robbbertonepizza.it/) – “Pala alla Papa”: zucchine alla romanesca, stracciata, alici, bottarga;

Vincenzo Amato (Revive Pizza & Bar, Pontedera, https://www.facebook.com/VincenzoAmatoChef/ ) ha presentato la pizza “La mia Tramonti”: pomodoro pelato, alici di Cetara, capperi, origano, olio EVO;

Giovanni Mandara (Piccola Piedigrotta, Reggio Emilia, https://www.piccolapiedigrotta.com/) ha presentato la pizza “Pizza Sudde”, questi gli ingredienti caratterizzanti: fior di latte, caciocavallo, salsiccia al finocchietto, polvere di olive;

Alfonso Simeone (Agriturismo Il Frescale, Tramonti, Via Fiscale, 84010 Tramonti, Telefono: 089 876317, https://www.facebook.com/ilfrescale/ ) ha presentato la pizza  “L’invidia tra mare e monti”: crema di pecorino, provola, scarola, olive, acciughe, pinoli, limone, olio EVO;

David Vaccaro (Agriturismo Da Regina, Tramonti, https://www.agriturismodaregina.com/) ha presentato la “Pizza Regina”: crema di fave, provola, stracotto al Tintore, chips di pecorino;

Francesco Ferrara (pizzeria Bella Napoli, Vigevano, https://www.bellanapolivigevano.it/) ha presentato la “Tramonti 2.0”: provola affumicata, pomodorini confit, acciughe di Cetara, uovo marinato, confettura di limone;

Antonio Vuolo (Pizzeria Gran Morane https://www.facebook.com/ristorantegranmorareincontradaofficial/?locale=it_IT , Pizzeria Tramonti Indirizzo: Via Pietro Giardini, 333, 41124 Modena Telefono: 059 482 2872 https://www.instagram.com/popular/pizzeria-tramonti-modena/) ha presentato la pizza “La francescana”: base bianca, fior di latte, pomodori gialli e rossi, acciughe, limone, basilico;

Simone De Gregorio (fuoriprogramma) giovane e preparatissimo pizzaiolo casertano, ha presentato una pizza dolce, ovvero “Pizza dolce di mela annurca”. Pizzeria La Bolla, Caserta, www.labollacaserta.it

In un mondo spesso attraversato da personalismi, rivalità e contrapposizioni ideologiche tra “scuole” e tendenze, Tramonti ha invece scelto la strada della condivisione, del confronto tecnico e della contaminazione culturale. Sicuramente Luigi Giordano avrebbe voluto così Ma di tutto questo parleremo presto in modo più approfondito sempre sulle pagine di degusta.it

 

L’UOMO DELLE PIZZERIE
(Amelia Giordano – Edizioni Astragalo, Novara, 2023 – pagg. 140)
Un uomo partito “con la valigia di cartone” da Tramonti e diventato il primo “imprenditore” del business della pizza non solo a livello nazionale ma addirittura mondiale. La storia di un’Italia da ricostruire dopo la Guerra e della formidabile capacità di inventiva di una intera famiglia che con coraggio, passione e sacrificio lascia la sua terra d’origine e si trasferisce nel freddo e distaccato “Nord” alla ricerca di fortuna. Prima Milano, poi Oleggio e poi Novara. La storia di un ragazzo come tanti ma che con la propria fulgida visione imprenditoriale in quei tempi in cui tutto era ancora da inventare diventerà il primo “imprenditore” del business della pizza. La Storia di Luigi Giordano insegna che nessun sogno è mai troppo grande.
Biografia: Amelia Giordano è una dei figli di Luigi Giordano. Ha lavorato per tuttala vita nell’impresa di famiglia, portando avanti, con la medesima determinazione, le tradizioni ereditate dal papà.
Contatti: Gabriella De Paoli, Edizioni ASTRAGALO redazione@edizioniastragalo.it 

 

 


(a cura di Gianluigi Veronesi)