Per lungo tempo la Romagna è stata raccontata attraverso un numero limitato di etichette simbolo: il Sangiovese, l’Albana e, in misura minore, il Trebbiano. Una narrazione solo in parte esaustiva, perché oggi il panorama vitivinicolo romagnolo si presenta assai più ricco e sfaccettato, sostenuto da una nuova generazione di produttori che ha saputo coniugare rigore agronomico, ricerca storica e una rinnovata attenzione all’identità territoriale.
Il Sangiovese di Romagna resta naturalmente il punto di riferimento. Vitigno capace di interpretare con sorprendente precisione le differenze pedoclimatiche, trova nelle colline tra Imola e Rimini una pluralità di espressioni che spaziano dalla fragranza del frutto alle versioni più profonde e strutturate. L’introduzione delle Menzioni Geografiche Aggiuntive ha contribuito a valorizzare questa straordinaria variabilità, mettendo in evidenza come suoli, altitudini ed esposizioni incidano in maniera determinante sul profilo del vino.  Ne derivano rossi dalla spiccata personalità, caratterizzati da una trama tannica elegante, note di ciliegia, viola e spezie, con una capacità evolutiva che negli ultimi anni ha definitivamente conquistato anche la critica internazionale.
Accanto al Sangiovese continua il percorso di crescita l’Albana, primo vino bianco italiano a ottenere la Denominazione di Origine Controllata e Garantita nel 1987. Per decenni identificata quasi esclusivamente con la tipologia passita, oggi l’Albana rivela una versatilità sorprendente. Le interpretazioni in versione secca esprimono struttura, tensione acida e una marcata impronta minerale, mentre le vendemmie tardive e i passiti mantengono quella ricchezza aromatica fatta di albicocca, miele, agrumi canditi ed erbe officinali che rappresenta il tratto distintivo del vitigno.
Il Trebbiano romagnolo vive anch’esso una stagione di riscoperta.  Lontano dalle produzioni anonime del passato, numerose aziende ne valorizzano oggi la naturale freschezza attraverso fermentazioni accurate, affinamenti sulle fecce fini e, in alcuni casi, lunghe macerazioni sulle bucce che restituiscono vini di sorprendente complessità.
Ma è forse nel recupero del patrimonio ampelografico storico che la Romagna sta scrivendo una delle pagine più interessanti della viticoltura italiana. Grazie al lavoro di ricerca condotto da vivaisti, università e produttori, diversi vitigni autoctoni un tempo prossimi all’estinzione, stanno tornando nei vigneti.
Tra questi spicca il Famoso, conosciuto anche come Rambëla, varietà aromatica che offre profumi intensi di fiori bianchi, salvia, agrumi e frutta tropicale, sostenuti da una piacevole freschezza gustativa. Un vino che intercetta il gusto contemporaneo senza perdere il legame con la propria storia. Sempre più interesse suscita il Centesimino, localmente chiamato Savignôn, riscoperto negli anni Sessanta a Oriolo dei Fichi. Si distingue per il suo corredo aromatico originale, dominato da note floreali di viola e rosa, piccoli frutti rossi e delicate sfumature speziate. Vinificato in purezza o in assemblaggio, rappresenta oggi una delle espressioni più identitarie della viticoltura romagnola. Tra le varietà recuperate figurano anche il Longanesi – noto pure come Burson – caratterizzato da colore intenso, tannino deciso e profumi di mora, prugna e spezie; il Pagadebit, storicamente apprezzato per la sua produttività e oggi valorizzato in interpretazioni sempre più fini; e la Rebola riminese, strettamente imparentata con il Pignoletto, capace di dare vini sapidi, verticali e particolarmente vocati alla spumantizzazione.  Questa riscoperta non risponde soltanto a un’esigenza culturale. I vitigni storici rappresentano infatti un patrimonio di biodiversità che può offrire nuove risposte ai cambiamenti climatici, grazie a patrimoni genetici spesso più resilienti e perfettamente adattati ai territori d’origine.
La “nuova Romagna” del vino nasce proprio da questo equilibrio tra memoria e innovazione. Da un lato la solidità dei grandi vitigni che hanno costruito la reputazione del territorio; dall’altro il coraggio di riportare alla luce varietà dimenticate, restituendo al consumatore un mosaico enologico di rara autenticità. Una strada che sta rafforzando l’identità della regione e che conferma come il futuro del vino italiano passi sempre più dalla valorizzazione delle proprie radici.

Anche Antonio Farnè – inviato del Tg2 Rai – ha affrontato l’argomento coadiuvato da alcuni testimonial proprio adatti all’uopo…

L’ ‘etichetta classica è quella del Sangiovese – esordisce Farnè – una bottiglia che racchiude i profumi e i sapori della Romagna…

 

Il suo colore è un bel rubino che a volte tende al granato, un sapore che può essere più o meno strutturato, più o meno importante, più o meno corposo a seconda delle tecnologie anche di vinificazione; è un vino interessante e abbinabile a tanti piatti della gastronomia romagnola” – è Roberto Monti, presidente Consorzio vini di Romagna che parla.

 


Sangiovese è il simbolo più riconoscibile, ma in questa terra che si affaccia sul mare, il vino che riempie i calici non è soltanto rosso – puntualizza Farnè.

 

E in Romagna poi abbiamo la Rebola, la Rebola di Rimini, dal Grechetto Gentile (Pignoletto, tutelato all’interno della denominazione Colli di Rimini DOC – NDR) che abbiamo trovato negli archivi storici del 1378… – è il produttore Massimo Lorenzi che parla. 

– Avete marchiato anche le bottiglie? – chiede Farnè

Abbiamo marcato le bottiglie perché comunque il vino è un “tour operator”, va sulle tavole del mondo e racconta il territorio che ha sempre fatto divertire la gente”.

Sono 14.000 le imprese vinicole lungo la via Emilia, serpentone d’asfalto solcato da oltre 52.000 ettari di vitigni. La tendenza vede in crescita il consumo di vini bianchi leggeri poichè si pasteggia anche a bollicine.

 

Per Giacomo Savorini, direttore Consorzio Romagna:

L’Emilia Romagna ha deciso di dedicare il suo nome a un vino che è appunto il Pignoletto.

Un vino a maggiorità frizzante e spumante, ma la cosa più importante è che è un connubio di piccoli produttori dei Colli Bolognesi che si sono immessi insieme alle grandi aziende della Romagna. È il primo vino che unisce l’Emilia alla Romagna, quella lineetta non è di divisione ma di congiunzione – precisa Giacomo Savorini direttore Consorzio Emilia .

Ma il re incontrastato dalla pianura padana è un bollicine rosse sua maestà, il Lambrusco, identità territoriale e versatilità gastronomica.

 


“Schiumeggiante, leggero e versatile con sfaccettature innumerevoli. Le bollicine che fanno comunque immediatamente convivialità e quindi non c’è assolutamente occasione in cui non si possa aprire una bottiglia di Lambrusco
– dichiara Daniela Baschieri, produttrice.

 

Procedendo verso nord si entra nel reggiano, territorio dove spicca un vitigno autoctono, poco conosciuto ma sempre più apprezzato quello della Spergola.

 

È un vitigno autoctono della collina a sud di Reggio Emilia; è un vitigno che ben si adatta dalla produzione anche della bollicina metodo classico anche charmant. Il lavoro che stiamo facendo assieme in sinergia con tutti i produttori della zona, è per cercare di creare quello che è un progetto legato esclusivamente al metodo classico – parole di Gabriele Lechthaler, produttore – .

 

Arrivando lassù, estrema propaggine della via Emilia nel territorio piacentino, le bandiere sono vini corposi come il Gutturnio alpino Nero, rosso di forza e acidità. Ma questa è un’altra storia, la Lombardia e l’Oltrepò pavese, sono già lì dietro l’angolo.

 

 


(Antonio Farnè – inviato Tg2 Rai)