
PizzAcademy 2026: sedici maestri pizzaioli si confrontano al Valico di Chiunzi (SA). Dalla scuola tramontina alla napoletana contemporanea, passando per le interpretazioni romana, casertana e salernitana, PizzAcademy trasforma Tramonti in un laboratorio culturale dell’arte bianca italiana, dove impasti, lievitazioni, territori e filosofie produttive differenti dialogano finalmente senza competizione, riportando la pizza al centro di una riflessione molto più ampia fatta di memoria, comunità, tecnica e visione. Ci sono manifestazioni che nascono per creare visibilità e altre che invece nascono per creare cultura. La differenza si avverte immediatamente, quasi fisicamente, soprattutto in un settore come quello della pizza italiana che negli ultimi anni, parallelamente alla sua crescita mondiale, è stato spesso attraversato da personalismi, tifoserie, contrapposizioni tecniche e continue guerre di appartenenza tra scuole, correnti e filosofie di pensiero. Ed è forse proprio per questo motivo che la seconda edizione di PizzAcademy, svoltasi il 21 aprile presso il Valico di Chiunzi, nel cuore di Tramonti (SA) ha lasciato una sensazione profondamente diversa rispetto a molte altre iniziative legate all’universo dell’arte bianca.
Qui non si è respirata aria di competizione esasperata. Non c’era la ricerca ossessiva del protagonismo individuale, né la volontà di stabilire quale fosse la scuola superiore alle altre. Al contrario, il cuore stesso dell’evento è sembrato ruotare attorno ad un concetto oggi quasi rivoluzionario: il confronto autentico. Un confronto vero, tecnico, umano e culturale tra differenti interpretazioni della pizza italiana. L’idea promossa dall’Associazione Pizza Tramonti e dal suo presidente,
Antonio Erra, con la collaborazione del vice sindaco Vincenzo Savino (past president dell’associazione) è stata infatti quella di riunire nello stesso luogo alcune delle più importanti sensibilità contemporanee della pizza italiana, trasformando il Valico di Chiunzi in una sorta di laboratorio permanente dove tradizione, tecnica e identità territoriali potessero dialogare liberamente. E così, tra i Monti Lattari e la Costiera Amalfitana, si sono ritrovati pizzaioli provenienti da differenti scuole: quella tramontina, la napoletana tradizionale, la contemporanea casertana, la romana, la salernitana, la cilentana e altre ancora. Una scelta tutt’altro che casuale, perché il messaggio lanciato da Tramonti è apparso chiarissimo fin dal primo momento: la pizza italiana cresce davvero soltanto quando smette di chiudersi dentro le proprie tifoserie territoriali e torna invece a confrontarsi apertamente.
Durante l’intera giornata si sono alternati laboratori tecnici, degustazioni comparative, momenti di dibattito e dimostrazioni pratiche che hanno consentito ai presenti di osservare da vicino differenti approcci alla lavorazione degli impasti. Si è parlato di farine, di maturazioni lunghe, di idratazioni elevate, di gestione delletemperature, di cotture tradizionali e contemporanee, di biga e lievito madre, ma anche di territorialità delle materie prime e di rapporto tra pizza e identità culturale. Molto interessante, ad esempio, il confronto tra la storica impostazione tramontina (più rurale, montana e legata all’utilizzo di farine meno raffinate, integrali, e del finocchietto selvatico) e le interpretazioni più contemporanee della pizza napoletana e casertana, caratterizzate invece da impasti molto idratati, alveolature spinte e ricerca estrema della leggerezza. Ed è stato proprio questo dialogo
tra approcci differenti a rendere l’evento particolarmente intelligente: nessuno cercava di imporre una verità assoluta, tutti sembravano invece animati dalla curiosità professionale di osservare, capire, apprendere e condividere. Nel corso della manifestazione si sono alternati maestri pizzaioli come Vincenzo Amato, Giuseppe Adamo, Carmen Oliva, Antonio Vuolo, Alfonso Simeone, Roberto Luise, Jessica De Vivo, Francesco Giordano, Giovanni Mandara, Carlo Fiamma, Giuseppe Imperato, Vittorio e Graziano Giordano, Francesco Ferrara, Robertino Cupo, Simone De Gregorio, David Vaccaro e Antonio Erra, protagonisti di una lunga giornata di lavoro, assaggi, confronti tecnici e dialoghi continui attorno al forno.
E osservandoli lavorare diventava quasi evidente una cosa: PizzAcademy non era stata concepita come semplice manifestazione gastronomica, ma come luogo di ricerca collettiva. Una sorta di “officina culturale” della pizza italiana. Anche il contesto ha contribuito in modo determinante alla riuscita dell’evento. Il Valico di Chiunzi, storico punto di passaggio sospeso tra entroterra e Costiera Amalfitana, sembra infatti custodire ancora oggi un’anima profondamente autentica. Qui la pizza non nasce dentro le metropoli o le strategie di marketing contemporaneo. Nasce dentro una civiltà agricola e montana fatta di forni comunitari, caseifici, pane biscottato, vigneti terrazzati e famiglie che hanno trasformato il mestiere del pizzaiolo in strumento di riscatto sociale ed economico. Ed è impossibile comprendere davvero il senso di PizzAcademy senza collegarlo alla grande storia migratoria dei pizzaioli
tramontini. Da queste montagne partirono infatti centinaia di uomini destinati a diffondere la cultura della pizza nel Nord Italia e in Europa, dando vita a quella rete di relazioni, lavoro e comunità che ancora oggi rappresenta uno dei fenomeni più affascinanti dell’emigrazione gastronomica italiana. Non a caso, durante l’evento, si è parlato continuamente anche di memoria storica, di identità territoriale e di figure simboliche come Luigi Giordano, considerato da molti uno dei grandi anticipatori della moderna organizzazione imprenditoriale legata alla pizza. Ma forse l’aspetto
più bello di questa giornata è stato un altro ancora: in un’epoca nella quale troppo spesso il mondo della pizza appare frammentato in scuole rivali e linguaggi autoreferenziali, Tramonti ha scelto invece la strada opposta: quella della condivisione del sapere. E così il 21 aprile, al Valico di Chiunzi, non ha vinto unasingola scuola di pensiero. Ha vinto la voglia di confrontarsi, la curiosità professionale, il desiderio di migliorarsi reciprocamente. Ha vinto, soprattutto, l’idea che la pizza italiana possa continuare a crescere soltanto se rimane capace di ascoltare sé stessa senza trasformare le differenze in divisioni.
Accanto ai maestri pizzaioli e ai protagonisti del confronto tecnico andato in scena al Valico di Chiunzi, un ruolo importante è stato svolto anche dalle aziende partner che hanno scelto di sostenere PizzAcademy 2026, condividendone spirito, filosofia e visione culturale. Non semplici sponsor commerciali, ma realtà imprenditoriali che credono concretamente nella valorizzazione della pizza italiana come patrimonio gastronomico, culturale e identitario del nostro Paese. Ecco i loro nomi:
Molino Dallagiovanna (https://www.dallagiovanna.it/)
La Torrente (pelati, https://www.latorrente.it/)
Lavanderia Padana S.p.A. (noleggio tessile, https://www.lavanderiapadana.it/)
Goeldlin (abbigliamento da lavoro, https://goeldlincollection.it/)
Armatore Cetara (colatura, tonno, alici, https://www.armatorecetara.it/)
Terra di Mezzo (https://www.terradimezzotramonti.it/)
Le Formichelle (https://leformichelle.com/)
Caseificio Al Valico (https://www.facebook.com/caseificioalvalico/)

(a cura di Gianluigi Veronesi)
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