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Gianfranco Leonardi

Gianfranco Leonardi

Gianfranco Leonardi

Carpe diem…Tincae (di Ceresole d’Alba) semper!

In provincia di Cuneo, dove le dolci colline del Roero iniziano a declinare verso la pianura, sorge il comprensorio territoriale di Ceresole d’Alba. E’ una pianura fertile che si alterna con sobrietà alla fascia boschiva. Nel centro del paese, porta del Roero arrivando da Torino, è situato il castello: un’antica residenza dei Roero di Ceresole. Le altre importanti testimonianze artistiche sono le due chiese settecentesche: quella dei Disciplinanti di San Bernardino e quella di San Giovanni Battista santo patrono del paese. Oggi il Comune, posto a 300 metri sul livello del mare, conta circa duemila abitanti. Nella tradizione gastronomica di Ceresole d’Alba primeggia la pregiata tinca. Qui, l’allevamento della tinca, tipico della zona, un areale chiamato “pianalto”, è storicamente accertato già dal XIII secolo, quando, tra le varie gabelle, si faceva obbligo agli abitanti di fornire una certa quantità di tinche. I documenti storici relativi alla cruenta battaglia di Ceresole del 14 aprile 1544 tra francesi e spagnoli evidenziano la razzia di tinche, da parte delle truppe di una fazione nel momento del ritiro, e la distruzione di alcune peschiere. La storia narra inoltre che sul territorio un tempo giacevano vari laghi detti appunto peschiere. Abbondavano tutti di ottimi pesci e le loro acque servivano anche per l’irrigazione dei campi e l’abbeveraggio del bestiame. L’assenza di corsi d’acqua importanti ha storicamente costretto i contadini di queste terre a raccogliere l’acqua piovana in invasi scavati nella nuda terra. Sul territorio c’era poi in discreta quantità di frumento, meliga, uva, frutta e fieno. Era in estate che per vie delle scarse piogge e il prelievo per l’irrigazione si registrava l’abbassamento del livello dell’acqua nelle peschiere, motivo per cui a settembre venivano prosciugate del tutto e il pesce pescato e consumato. Il raccolto ittico era però rappresentato da pesci di piccola pezzatura poiché presi e consumati completamente ogni anno. E’ dunque da questa necessità che deriva la tradizione di consumare la tinca a Ceresole: piccoli pesci di circa 100/120 g cucinati fritti o posti in carpione. La frittura era tipica dei momenti di festa, mentre il carpione era l’unico sistema per conservare le tinche per qualche giorno. La tinca appartiene alla famiglia dei Ciprinidi, pesci a scheletro osseo. Da adulta ha una lunghezza media compresa tra 20 e 30 cm e un peso sui 200/300 g. La taglia media è 1/1,5 kg, ma in alcuni casi può anche arrivare a pesare 3/4 kg. Il pesce presenta un corpo ovale, allungato, ricoperto da piccole squame e da abbondante secrezione di muco. Ai lati della bocca sono presenti due barbigli. Il dorso ha una colorazione verdastra tendente al bruno, mentre i fianchi e l'addome sono giallo oro. La particolare colorazione dorata, determinata da fattori ambientali e genetici, è la caratteristica più nota della Tinca di Ceresole. Come già detto Ceresole è un Comune dell’areale del “pianalto” ovvero un lembo di territorio che abbraccia più località e tocca le province di Torino, Asti e Cuneo. Tra i paesi più conosciuti c’è il Comune di Poirino. Ecco perché la dicitura corretta del nostro pesce è: Tinca Gobba Dorata del Pianalto di Poirino. Stiamo parlando di una produzione ittica che nel 2008 ha ottenuto il riconoscimento europeo di prodotto a Denominazione Protetta, mentre prima del raggiungimento di tale menzione la tinca rientrava nel paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino dal 2002. Per quanto riguarda la DOP c’è un Consorzio al quale aderiscono alcuni piccoli produttori mentre per la tinca di Ceresole, pur essendo sempre una tinca gobba della specie “Tinca Tinca”, è attivo il presidio Slow Food. La più alta produzione di questa specialità lacustre è proprio concentrata a Ceresole ma non rientra nel Consorzio. Come è accaduto per molte tipicità anche la tinca nel corso del tempo ha perso la sua valenza ed è solo grazie al coraggio di alcuni imprenditori agricoli che negli ultimi decenni il suo allevamento è stato riscoperto e valorizzato. I ristoranti della zona l’hanno inserita nuovamente nei loro menù e le sagre paesane hanno cercato di far conoscere il prodotto anche attraverso i media. Oggi i bacini che ospitano le tinche sono vere e proprie vasche di acquacoltura, dove però la tinca vive liberamente. L’acqua degli invasi è controllata e sostituita regolarmente e il ciclo produttivo si è evoluto nella direzione più consona al fine di avere di un prodotto di qualità. La stagione della pesca si apre in primavera, aprile/maggio, e si conclude in ottobre. La pesca avviene principalmente con il “rabast” (strascico): dopo aver raccolto le reti le tinche vengono selezionate manualmente e quelle che non rispondono ai requisiti di pezzatura richiesti dal mercato vengono rimesse in acqua. Il 23 gennaio 2003 è nata L’Associazione “Amici della Tinca di Ceresole d’Alba” che ha come oggetto esclusivo della propria attività la valorizzazione del pesce e dell’ambiente naturale che la ospita. Le caratteristiche principali relative alla “Tinca di Ceresole” sono: la tecnica tradizionale di allevamento nelle peschiere, la cura delle peschiere stesse, l’utilizzo degli avannotti provenienti dal territorio del Pianalto, la pezzatura tradizionale al consumo di 80/120 g, ovvero il peso ideale per la frittura e il carpione. Naturalmente non sono solo i ristoranti locali ad apprezzarla, per esempio a Roddino (CN) Isaia Biella, un bravissimo chef, la utilizza per la realizzazione di svariate ricette, sempre abbinata a differenti ingredienti tipici di questo lembo di Piemonte: gli asparagi del Roero, il peperone di Carmagnola, l’aglio di Caraglio, le nocciole Piemonte, ed altri ancora. Isaia ama cucinare anche le tinche di pezzatura più consistente, intendo quelle da 400/500 g, per le quali i tempi di attesa della crescita del pesce possono arrivare ai 4 anni. Predilige le tinche di Ceresole allevate dal produttore più rinomato dell’intero pianalto: Giacomo Mosso. La tinca di Ceresole è dunque un ottimo ingrediente per molti piatti prelibati, le sue carni, sono magre, tenere e saporite. La terra che ospita le peschiere è costituita maggiormente da un’argilla che, contrariamente a quanto si possa pensare, non conferisce al pesce il sapore fangoso così come, luogo comune popolare, le spine delle tinche non sono così presenti nelle carni come si tende ad ipotizzare. E’ un prodotto agricolo di valore che può servire da leva di sviluppo importante oltre che per i giovani agricoltori che hanno optato per questa scelta coraggiosa, anche per tutto il paese al fine di consentire una crescita per l’immagine e una maggiore valorizzazione del suo patrimonio di produzioni tipiche locali. 

(Fabrizio Salce)

            

25 marzo: Dantedì, l’Emilia Romagna celebra Dante Alighieri

Giovedì 25 marzo l’Emilia Romagna celebra il Sommo Poeta con iniziative istituzionali, letterarie, espositive, performative e didattiche, sia online che “dal vivo”. Gli eventi tra Ravenna, Rimini, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, Castel San Pietro, Parma e Modena. L'edizione 2021 è anche la più significativa perché avviene nel settecentesimo anniversario della morte.
Flashmob, mostre online, terzine dantesche via whatsapp, concerti in streaming, conferenze con illustri dantisti. La Pandemia non ferma l’Emilia Romagna, che così celebra Dante e la Divina Commedia. Il 25 marzo, giorno del Dantedì, è la data che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia e che viene riconosciuta a livello nazionale come giornata dedicata al Sommo Poeta. Nell’anno delle celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante, l'edizione del 2021 del Dantedì rappresenta uno dei più importanti omaggi alla cultura italiana nel mondo. In Emilia Romagna, dove Dante trascorse buona parte della sua vita, si articolano diversi appuntamenti: a Ravenna, l’apertura del Dantedì è affidata al sindaco Michele De Pascale che rinnoverà il rito di rabbocco dell'olio che arde nella lampada perenne e che i fiorentini donarono per onorare il poeta. Da Firenze ogni anno portano, in solenne cerimonia, l'olio dei colli toscani. Alle 9,30 ci sarà la consueta lettura perpetua della Divina Commedia, parte del progetto “L’ora che volge il disìo” che vede, ogni giorno, alternarsi artisti e cittadini declamare i canti del manoscritto presso la Tomba di Dante. Mara Dirani, custode della Tomba, leggerà il I Canto dell’Inferno. Alle 17.00 sarà invece Massimo Finazzer Flory, attore e regista a declamare il canto XXV del Paradiso. Il regista, dalla Sala Dantesca della Biblioteca Classense, presenterà anche il suo cortometraggio su Dante in anteprima (alle 10,30). Un film che in 27 minuti attraversa ventuno canti e in ogni canto è presente una colonna sonora dedicata e una scenografia digitale tratta dalle illustrazioni di Gustave Doré, con costumi ispirati dalla pittura medioevale di Giotto. A seguire si svolgerà la “Scuola di Dante”, presentazione di video e progetti multimediali creati da studenti e studentesse delle scuole della Provincia di Ravenna. Inoltre, alle 17.30, Chiara Lossani e Michael Bardeggia, leggono “Dante il mi' babbo. Come leggere Dante ai ragazzi”. Tutte le letture saranno in diretta streaming sulle pagine www.facebook.com/RavennaperDante e sul sito vivadante.it.
Rimini si festeggia proiettando dal tramonto del 24 all’alba del 25 marzo sui Palazzi comunali nel cuore della città, le performances dei cento studenti di ventuno università dei cinque continenti che l’8 marzo, festa della donna, hanno recitato, live e in streaming, i versi di Francesca da Rimini nella lingua del loro paese. Il video della maratona poetica planetaria, all’insegna della creatura dantesca tra le più note della Divina Commedia, sarà visibile sulle piattaforme social del Comune di Rimini dalle 19,30 del 24 alla mezzanotte del 25 marzo (www.facebook.com/comunedirimini).
Due le iniziative a Faenza (RA): la Biblioteca Manfrediana in occasione del Dantedì ha lanciato il progetto che vede una terzina della Divina Commedia disponibile via whatsapp ogni giorno. Per iscriversi è necessario inviare un messaggio tramite whatsapp al 333.2314278. L'invio giornaliero partirà nel Dantedì, 25 marzo 2021 e proseguirà per tutto l'anno 2021. Inoltre, in attesa di aprire al pubblico, sui canali social e Youtube della Biblioteca, sarà inaugurata digitalmente la mostra virtuale ‘Omaggio a Dante’, nella Sala del Settecento, che espone edizioni dantesche e materiale documentario sul Poeta. Tra le rarità esposte, un incunabolo del 1477 stampato a Venezia e cinque edizioni del XVI secolo, fra le quali una stampata da Francesco Marcolini, ricca di un centinaio di xilografie, definite le prime illustrazioni moderne della "Commedia" (https://www.youtube.com/channel/UChXVALGyNqiJHtbkrRC6hbw). Musica e parole, sempre in streaming, sono al centro del progetto “Suona Dante” organizzato dal MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza con gli artisti under 35 selezionati dal Contest  Musicisti per “Il Treno di Dante”. Parteciperanno in collegamento gli Equ con “In Viaggio con Durante”, le Vita Nova con “In Treno Con Dante” e Nemo con “Nemo vs Dante”. Saranno ospiti della trasmissione Francesco Maria Gallo con "Inferno", la sua prima opera rock elettro sinfonica, con il primo clip "Caronte", primo singolo estratto da "Inferno" e Ricky Portera, chitarrista di Vasco Rossi e degli Stadio. Conduce il cantautore Lorenzo Baglioni di Firenze e interverrà Giordano Sangiorgi del MEI. Dalle ore 21.30 in streaming sulla pagina Facebook ufficiale di Dantedì e del MEI (www.facebook.com/MeetingDegliIndipendenti). In fuga dalla Toscana, Dante raggiunge Forlì ospite di Scarpetta Ordelaffi, che nel marzo del 1303 accoglie l’esule e gli assegna l’incarico di “epistolarum dictator”. In occasione del 25 marzo, la città celebra Dante trasformando piazza Aurelio Saffi in un’agorà dedicata al Poeta, con un flash mob che vedrà 33 cantori declamare la prima e l’ultima terzina di ogni canto di ogni Cantica della Divina Commedia. Partenza con il primo canto dell’Inferno letto da Franco Palmieri dell’associazione Direzione21 che organizza l’evento (www.facebook.com/direzione21). 
“Dante: 1, 100, 1000 volti!” è l’originale mostra organizzata dalla Fumettoteca di Forlì che sarà online il 25 marzo e che espone contenuti conosciuti e inediti, tavole di fumetti realizzati da tantissimi autori, parodie e narrazioni su Dante Alighieri, attraverso un’ottica alternativa. Da vedere al link http://www.fanzineitaliane.it/fumettoteca/index.php?SMExt=SMPages&SMPagesId=e92a0f6e92b2e7e62a12057f7d459657
Anche Forlimpopoli (FC) celebra Dante. Qui il Poeta trascorse i primi giorni dell’esilio, nella città del padre della cucina italiana Pellegrino Artusi, che si spostò a Firenze, scambiando così il paese natale col Sommo Poeta. Due storici - Mario Proli (ottocentista) e Sergio Spada (medievalista) - racconteranno della Forlimpopoli che trovò Dante nel 1301 e della Firenze che conobbe Artusi nel 1851. L’evento, dal titolo "Luoghi dell'esilio: la Forlimpopoli che accolse Dante e la Firenze che accolse Artusi", sarà in streaming dal Teatro Verdi sulla pagina facebook del Comune di Forlimpopoli alle ore 21.00 (www.facebook.com/ComunediForlimpopoli). Castel San Pietro ha creato un appuntamento online sul sito web e sui social della Pro Loco per assistere alla conferenza scientifica dal titolo “E uscimmo a riveder le stelle” in collaborazione con il dott. Federico Di Giacomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’ing. Stelio Montebugnoli dell’Ira di Bologna. La conferenza analizzerà i passi della Divina Commedia dedicati all’astronomia e i riferimenti che il Sommo Poeta fa alle stelle (https://prolococastelsanpietroterme.it). In previsione della mostra "Dante e gli Este. Riflessi della Commedia fra Modena e Ferrara", programmata dal 3 settembre 2021 al 25 marzo 2022 all’Archivio di Stato di Modena, in occasione del DanteDì saranno anticipate le tematiche della mostra. Cuore dell’esposizione saranno i frammenti della Commedia, manoscritti e a stampa, custoditi dall’Istituto, che nel corso dei secoli vennero impiegati come copertine per i libri e di cui l'ASMo possiede una collezione di significativa importanza, in varie lingue. Il tutto, all'interno di un’esposizione multimediale che verrà caricata sul canale Youtube dell'Archivio e linkata sulla pagina Facebook istituzionale http://www.facebook.com/search/top?q=archivio di stato di Modena.

Infine Parma celebra Dante il 25 marzo con una conferenza culturale del dantista Italo Comelli dal titolo: “Noi andavam con passi lenti e scarsi. Dante nell’aldilà”. L’appuntamento è alle 16.30 in videoconferenza sul tema indicato, adottando il programma Zoom (credenziali 954 6415 5750).

 

Ufficio Stampa Apt Servizi
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Tel. 0541-430190
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Pasqua 2021: il “comfort” di Gennaro Bottone

Dolci piaceri della tradizione, per non rinunciare al benessere, nemmeno in “zona rossa”. Seconda Pasqua di restrizioni, a causa del Covid, che costringerà tutti gli Italiani a stare in casa, ancora una volta, durante le festività. Come fare ad addolcire un po’ queste lunghe giornate di lockdown? Ci ha pensato il maître chocolatier Gennaro Bottone, che rinnovando la tradizione dolciaria pasquale con un tocco di “golosa” innovazione, porterà comunque nelle nostre case il gusto e l’originalità della pasticceria artigianale.
Diverse le proposte per una Pasqua 2021 all’insegna del gusto e della qualità delle materie prime, che abbinate ad una sapiente lavorazione artigianale, sono tradotte in autentiche delizie per il palato. A partire dalla colomba, che il maestro Bottone reinterpreta nella sua “Colomba Gran Cioccolato”, la novità di quest’anno.
Lievitazione naturale, burro di centrifuga, impasto al cacao con note di pasta d’arancia, gocce di cioccolato al latte e fondente e ricoperta da uno strato di cioccolato fondente al 70%, un dolce vanto della tradizione, arricchito e reso ancora più gustoso ed originale. 
Oltre alla colomba del peso di 1 kg, nella confezione anche un vasetto di crema spalmabile Nocciola Dark in omaggio, che renderà ancora più golosa la tasting-experience.
Immancabili poi le uova di Pasqua, tutte da scartare e da gustare. Bottone propone le sue squisite Gran Pistacchio, realizzate con pistacchio verde selezionato di Bronte DOP, un presidio Slow Food. Anche la superficie dell’uovo, che è disponibile in tre diversi formati, da 400g, 550g e 1 Kg, è ricoperta di granella di pistacchio selezionato di Bronte DOP. 
Il benessere psico-fisico, in un periodo così difficile come quello che stiamo vivendo, va ricercato anche a tavola, in alcuni alimenti rassicuranti e consolatori, che possano scacciare lo stress e i cattivi pensieri: il cosiddetto comfort-food. Una coccola dolce, in grado di emozionarci e rallegrarci è quindi l’ideale, ancor meglio se realizzata con ingredienti selezionati e di alta qualità.
“Ancora di più, in questo periodo di privazioni e restrizioni, non possiamo rinunciare ad assaporare i piccoli piaceri della tradizione pasquale” dice il maestro Gennaro Bottone. “È per questo che ci impegniamo ancora una volta per fare in modo che in tutte le case si possa vivere un’atmosfera calda, gioiosa e “dolce”, anche grazie alle nostre creazioni artigianali”.
Infatti, oltre a poter acquistare i prodotti presso tutti i punti vendita di Gennaro Bottone a Napoli, Via Pietro Castellino 132, Via Bonito 2 e Via Gennaro Serra 78, che resteranno regolarmente aperti, è possibile utilizzare anche la pratica piattaforma e-commerce disponibile sul sito www.gennarobottone.it. 

Lo shop online rappresenta infatti una comoda e sicura alternativa, per ricevere direttamente a casa tutte le specialità realizzate ad hoc per la Pasqua o per inviare un dolce augurio ad amici e parenti.

Dolce Idea Gennaro Bottone
La passione per il cioccolato del maestro Gennaro Bottone, nasce sin da piccolo, nella pasticceria del padre, dove imparò a “sporcarsi le mani”. Una passione che ha dato vita ad un prodotto di qualità, composto da materie prime selezionate attentamente per creare qualcosa di unico. Praline, confetti, creme spalmabili, tavolette, torroni, uova di Pasqua, colombe, panettoni, tartufi e gelati di Bottone sono esempi di puro artigianato che, da più di 40 anni, raccontano una storia di amore e dedizione.

Fiori di zucchina: buona la qualità e sostenuta la domanda

Crescono le richieste del consumatore e Andrea Rossi, direttore commerciale di Verde Intesa, commenta: “La ricerca di nuovi ingredienti in cucina non trova impreparati i produttori agricoli, che rispondono puntuali alle nuove tendenze del mercato”.
È boom di richieste di fiori di zucchina (che più generalmente sono chiamati “fiori di zucca”) da parte dei consumatori.
I fiori di zucchina vanno consumati il prima possibile, affinché non appassiscano. Si possono cucinare in pastella fritti o ripieni oppure si possono utilizzare per condire una pasta o la pizza. Oltre che protagonisti di queste preparazioni classiche, ora i fiori di zucchina sono ingredienti di nuove ricette della moderna cucina italiana.
Essi contengono vitamina A, vitamine del gruppo B, vitamina C e acido folico, inoltre sono ricchi di calcio e poveri di grassi. 

Verde Intesa risponde alla domanda di mercato
“Attualmente registriamo un buon indice qualitativo e un andamento sostenuto della domanda per i fiori di zucchina” - ha commentato il direttore commerciale di Verde Intesa, Andrea Rossi -  “con le nostre aziende agricole che si adeguano alle esigenze del mercato, rispondendo pienamente alle richieste dei consumatori”.

La coltivazione delle zucchine, e quindi dei fiori di zucchina, impegna alcune realtà produttive in Nord Italia, tra Piemonte Lombardia e Veneto e in Sicilia. Verde Intesa sta inoltre avviando una collaborazione di rilievo con un’importante OP nell’Agro Pontino, nel Lazio, per la fornitura di questa prelibata specialità vegetale nei periodi primaverile e invernale.

La cura nella fase di raccolta
La fase di raccolta è difficile: in campagna, infatti, gli operatori di Verde Intesa raccolgono i fiori all’alba, con poca luce e prima del sorgere del sole. I boccioli vengono poi delicatamente riposti in casse che contengono circa 300 pezzi. Subito vengono portati allo stabilimento per la pulizia, il controllo e il confezionamento; in giornata sono infine inviati alla clientela.

I fiori evidenziano un netto dimorfismo sessuale, quindi sono sia maschili sia femminili. 
Gli agricoltori devono stare attenti a distinguerli e a raccoglierli dalla pianta (per evitare il mancato sviluppo delle zucchine). I fiori femminili sono quelli da cui si sviluppa il  frutto per cui l’inflorescenza  non può essere staccata prima che il frutto giunga a maturazione. I fiori maschili della zucchina, invece, crescono su peduncoli e non entrano nella fase di fruttificazione: l’unica loro funzione riguarda il pistillo, più lungo, che trattiene il polline, indispensabile alla fecondazione.
A livello gustativo non c’è alcuna differenza tra il fiore di zucca maschile e quello femminile: in ogni caso il prodotto deve arrivare prima possibile sui tavoli del consumatore finale perché il tempo di conservazione è piuttosto breve (2-4 giorni).

www.verdeintesa.it

Per il St. Patrick’s Day, Teeling Whiskey non rinuncia ai festeggiamenti 

Mercoledì 17 marzo, giorno di San Patrizio, Teeling Whiskey da Dublino non rinuncia a festeggiare e lancia un’iniziativa internazionale mettendo in palio la sua Teeling Whiskey Bike.
La distilleria dublinese invita semplicemente ad iscriversi alla sua newsletter a questo indirizzo http://eepurl.com/hrYXY9 per provare a rientrare tra i fortunati vincitori.
Teeling Whiskey è distribuito in Italia da Rinaldi 1957 che per la stessa giornata, il 17 marzo, lancia un appuntamento sulla sua pagina Instagram Rinaldi_1957 per parlare di Teeling, della sua filosofia e dei suoi ottimi Whiskey artigianali che stanno riscuotendo grande successo.
Teeling ha una range di premium e pluri premiati Irish whiskey (il 24 anni è stato annunciato vincitore nel 2019 del titolo di miglior single malt al mondo).
Teeling Whiskey anche nel 2021 ha vinto in tutte le categorie nei “World Whiskies Awards” e la Teeling Whiskey Distillery vince anche quest'anno il titolo di “visitor attraction of the year” per l'Irlanda. I whisky premiati sono 4 tra cui:

28 anni Vintage Reserve: miglior Single Malt

Blackpitts: miglior whisky torbato Single Malt

Single Grain: migliore della categoria relativa

www.facebook.com/Rinaldi1957    
www.instagram.com/Rinaldi_1957

Sono nati dall’amore, sono gli amaretti di Mombaruzzo

Un piemontese e una siciliana, la capacità e la fantasia, la Casa Reale e il paese di Mombaruzzo. Questi fondamentalmente gli ingredienti della storia del tipico dolce Mombaruzzese che tanto piace anche ai giorni nostri e che è nato, molto probabilmente, dall’amore. Siamo alla fine del 1700 e la storia, o forse leggenda, vuole che l’economo di casa Savoia in servizio presso la Reggia di Venaria Reale s’innamori di una fanciulla siciliana anch’essa alle dipendenze del Re in qualità di pasticcera. Lui è Francesco Moriondo, originario del piccolo Comune di Mombaruzzo in Provincia di Asti, lei, il nome non lo sappiamo, è specializzata nella lavorazione delle mandorle.
Forse fu proprio per amore del giovane che la fanciulla rivelò al ragazzo la ricetta di un particolare dolcetto. Passano gli anni e i due lasciano il casato savoiardo, si trasferiscono nel paese di lui e danno vita ad una piccola pasticceria. Il morbido dolce viene così messo in produzione e ai mombaruzzesi piace in modo particolare. Qualcuno nell’assaporare gli amaretti esclama: “oh, i son bon…i son un poc amaret”, sono buoni, sono un po' amaretti. Ed è da questa esclamazione che ne nasce l’attuale nome che tutti conosciamo. In realtà, sempre ammettendo che sia storia e non leggenda, Francesco inserisce nella ricetta una percentuale di armelline, ovvero il seme contenuto nei noccioli di albicocca e di pesca, ed è proprio questo ingrediente che conferisce all’amaretto di Mombaruzzo il suo tipico e piacevolissimo gusto amarognolo. Nel corso del tempo la ricetta, mai scritta ma sempre tramandata a voce, passò di mano ai discendenti del Moriondo, partendo da Virginio e Carlo fino ad arrivare ai giorni nostri. Quegli amaretti piacevano davvero molto così come tanti furono i riconoscimenti, i premi e le medaglie che ottennero nella loro storia. Tra gli ori conquistati quello di Milano del 1881, di Napoli 1882, di Torino 1884 e di Roma negli anni 1887 e 1895. Nel più recente 2016 un’altra coppia di innamorati, Alessandro Lacqua e Egle Orsi, acquistano lo storico marchio e ne ricevono tutti i segreti della ricetta da Ada e Mario Pessini, maestri “amarettai” discendenti dei Moriondo e custodi del dolce segreto. Alessandro entra così in contatto con gli storici amaretti prendendone conoscenza e coscienza: ingredienti e tecnica di lavorazione. Oggi Egle e Alessandro lavorano in modo artigianale come un tempo e portano avanti la tradizione del morbido dolce producendolo esclusivamente con mandorle, armelline, zucchero e albume d’uovo. Sono tutti ingredienti di altissima qualità che donano al palato un piacere decisamente piacevole e molto delicato che ben si sposa con il famoso Moscato dolce, il vino bianco principe di questo lembo di Piemonte. Dalla fine del XIII secolo ai giorni nostri gli amaretti continuano il loro percorso e oggi si sono arricchiti di alcune varianti per le quali i nostri produttori utilizzano altri ingredienti d’eccellenza: nocciole Piemonte, canditi, cioccolato, aromi al limone, sempre rigorosamente nel rispetto dell’artigianalità del prodotto finito. Una storia di amore e di dolcezza, un vero intreccio di culture, un delicato momento da vivere nella spensieratezza, godendosi un dolcetto tipico fatto mano con altrettanto amore. Prendete un amaretto di Mombaruzzo, scartatelo lentamente, deliziatevi del suo profumo, assaporatelo chiudendo gli occhi e pensate che le cose buone non si perdono mai nel tempo.                                                                                                                                
(Fabrizio Salce)

Parmigiano Reggiano Novati, quello da “vacche rosse”…

Proprio ascoltando i racconti e le storie di famiglia, Antonio Novelli (classe 1928) decise di investire i suoi risparmi in una piccola stalla con una decina di “vacche rosse”. Antonio s’innamorò delle “rosse reggiane”, razza bovina autoctona del Nord Italia, meno produttiva e più rustica rispetto ad altre specie e tipica di quei territori (Novellara RE) che stava rischiando l’estinzione perché, all’epoca, era più comodo e naturale puntare sulle mucche “classiche” per la produzione di latte per formaggi e derivati.  Prese a lavorare con sé nella stalla, i giovanissimi figli, Manuel e Maurizio. Un lavoro duro, che non conosceva giornate di riposo perchè il latte viene utilizzato a crudo ed è necessario lavorarlo tutti i giorni dell’anno, perché non perda le sue proprietà. Scommessa vinta, dunque la sua, quella delle “vacche rosse reggiane”, visto che Famiglia Novelli ci ha creduto fin dal principio – da oltre 60 anni… – e le ha allevate sempre con foraggio auto prodotto a chilometro zero. 
Proprio dal latte di quelle Rosse reggiane, otto secoli fa, nelle abbazie dei monaci benedettini, ebbe origine il Parmigiano Reggiano, questo perché il loro latte, si differenzia da quello impiegato normalmente per la produzione del Parmigiano Reggiano “classico” (il “re della tavola”, prodotto esclusivamente nelle province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna  sinistra del fiume Reno e Mantova destra del fiume Po) risultato di un’alimentazione curata nel rispetto del così detto “disciplinare di produzione” che contiene tutte le regole che devono essere rispettate al fine di ottenere il marchio di certificazione “Parmigiano Reggiano DOP”  che, tra l’altro, impedisce l’uso di foraggi “insilati”, di alimenti fermentati e di farine di origine animale.  Il latte delle vacche rosse contiene una variante particolare della “caseina”, la proteina che permette la trasformazione in formaggio (in particolare le varianti B della K caseina e della Beta caseina) ed è particolarmente ricco di proteine e sali minerali, quindi consente una produzione di maggiore qualità. Così grazie alle Vacche Rosse© quel Parmigiano è realizzato in maniera del tutto naturale, senza additivi e conservanti, ottenendo un prodotto di vera eccellenza: il tipico cacio dal colore paglierino, dall’aroma intenso, ma delicato, dalle proprietà nutrizionali uniche, con un’ottima predisposizione alla stagionatura (da un minimo di 24 mesi ad oltre 30 e 40) e una grande digeribilità, l’espressione più alta della qualità e del gusto emiliano nel mondo.
Nel 1960, per i Novelli, il salto di qualità con l’acquisto di un appezzamento di terra vicino a Novellara e l’azienda agricola, nel tempo, si ingrandisce. Poi attorno alle stalle si moltiplicano i terreni per garantire alle Vacche Rosse© il necessario foraggio, non a “chilometro”, ma, praticamente, a “decimetro” zero... Questo perché, l’importante è che l’azienda possa contare su una filiera chiusa, controllata, dalla coltivazione del foraggio alla produzione del latte che viene conferito in caseificio. Il latte del mattino e quello della sera precedente sono versati nelle tipiche caldaie di rame a forma di campagna rovesciata. Per ogni forma di Parmigiano Reggiano occorrono circa 550 litri di latte. La coagulazione del latte avviene lentamente e naturalmente, grazie all’aggiunta di caglio e di siero, innesto ottenuto dalla lavorazione del giorno precedente e ricco di fermenti lattici naturali. La cagliata è frammentata dal maestro casaro in minuscoli granuli, grazie ad un antico attrezzo detto “spino”. E’ a questo punto, con la cottura a 55°, i granuli caseosi precipitano sul fondo della caldaia formando un’unica massa. Dopo circa cinquanta minuti, il casaro estrae la massa caseosa e dà vita a due forme gemelle. Tagliato in due parti e avvolto nella tipica tela di lino, il formaggio è immesso in una fascera che gli dà la forma definitiva. A ogni forma è assegnata una placca di caseina con un codice alfanumerico unico e progressivo: è la “carta d’identità” del Parmigiano che in ogni momento e in ogni luogo rende possibile identificarne l’origine. E dopo poche ore, una speciale fascia marchiante incide sulla forma il mese e l’anno di produzione, il numero di matricola relativo al caseificio e l’inconfondibile scritta “a puntini” su tutta la circonferenza delle forme.
Le forme dopo pochi giorni sono immerse in una soluzione satura di acqua e sale: si tratta di una salatura per osmosi. Con quest’ultimo passaggio si conclude il ciclo di produzione del Parmigiano Reggiano e inizia il periodo di stagionatura. E’ una storia lunga, lenta, che procede al naturale ritmo delle stagioni.  La stagionatura minima è di 12 mesi (la più lunga tra tutti i formaggi Dop) al termine dei quali gli esperti del Consorzio controllano tutte le forme attraverso un esame chiamato “espertizzazione”: ogni forma è percossa con il martelletto e l’orecchio attento dell’esperto battitore riconosce eventuali difetti interni che possono interferire con la qualità. Le forme che risultano idonee sono così marchiate con l’apposito bollo a fuoco diventando finalmente Parmigiano Reggiano delle Vacche Rosse© (alle forme che non presentano i requisiti della Dop, sono asportati i contrassegni e i marchi di riconoscimento) ed è solo a quel punto che si potrà dire se ogni singola forma potrà continuare l’invecchiamento fino a 24, 36, 40 mesi e oltre. Oggi come allora questo procedimento è la migliore conferma di correttezza e di genuinità che il Consorzio del Parmigiano Reggiano - e Famiglia Novelli - possono garantire al consumatore nel rispetto di quei principi che furono tracciati allora anche da papà Antonio, per ottenere il trionfo di sapore di un prodotto unico, protagonista di sana alimentazione.

 

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Per la Festa della Donna ecco le bollicine del Caterina Rosé!

Rosate, spumeggianti e dedicate - nel loro nome - ad una donna: sembrano create apposta per la Festa della Donna le effervescenti bollicine del Caterina Rosé, piccolo e meditato capolavoro enoico di Podere Casanova di Montepulciano. In effetti, sono sì un omaggio alla donna, con l’invito però - da parte della cantina di Isodoro Rebatto e Susanna Ponzin - a festeggiarla non solo l’8 marzo, ma tutto l’anno. Perché in ogni momento dell’anno ci può essere l’occasione, grande o piccola, per farlo.
Di un incantevole colore rosa corallo, perlage fine ed elegante, il Caterina Rosé porta in sé la struttura forte e decisa della bacca rossa del Sangiovese, che lo compone all’80% e viene ingentilita da un 20% di Chardonnay, Grechetto e Verdello. A renderlo etereo e bevibilissimo sono le bollicine ottenute con il Metodo Charmat. Versato nel calice, sprigiona una sottile e delicata nuance di sentori floreali (ad iniziare da delicate note di petalo rosa) e fruttati, come litchi e piccoli frutti rossi. Al palato risulta fresco, setoso, elegante, armonico e di buona persistenza. Il suo nome echeggia a Caterina, affascinante dama amata perdutamente da Giacomo Casanova, a cui è intitolato - per affinità elettiva - il Podere: veneti come lui, anche Isodoro Rebatto e Susanna Ponzin, sono infatti approdati a Montepulciano e ne sono stati irrimediabilmente ammaliati, proprio come accadde tre secoli fa al poliedrico e intrigante personaggio. 
Il Caterina Rosé è un vino ideale da regalare per l’8 marzo ad un’amica o da sorseggiare fra amiche per un aperitivo. O, ancora, da gustare tutto pasto per accompagnare primi piatti e risotti, formaggi freschi e leggeri, carni bianche, uova, insalate. Da provare!

 

Podere Casanova
Strada Provinciale 326 Est, n. 196 - loc. Tre Berte - Montepulciano (SI)
Tel. 0578.896136 - 0429.841418 - 335 8305927
www.poderecasanovavini.com - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il vaccino anti Covid… (l’abbiamo già dentro?)

Come mai c’è gente che si contagia di Coronavirus e non ha sintomi? Come mai alcuni contagiati guariscono a casa con la tachipirina e altri invece muoiono seppur giovani? 
Il corpo umano è in grado di produrre un vaccino naturale in grado di bloccare il virus ed evitare la polmonite o bloccarne la gravità.
Lo studio “2019 Novel Coronavirus infection and gastrointestinal tract”, indica che per prevenire la comparsa dei sintomi o curare più efficacemente la polmonite da Covid-19 è fondamentale creare uno stato di “eubiosi intestinale”.
In altri termini è fondamentale che la microflora intestinale sia ricca di microorganismi positivi e protettivi, come i lattobacilli e bifidobatteri, in grado di aumentare le difese immunitarie. Tali fibre prebiotiche, se assunte in modo idoneo, sono sempre resistenti ai succhi gastrici e arrivano intatte al colon. Si tratta di fibre solubili come l’inulina.
Uno stato di eubiosi produce un’emissione di interferoni (proteine antivirali) che porta all’immunità e alla sopravvivenza del contagiato.
Il microbiota intestinale è influenzato anche da tutti i cibi che mangiamo. Un’alimentazione ricca di grassi e zuccheri, in particolare di fruttosio porta alla morte dei lattobacilli e bifidobatteri, facendo invece moltiplicare la microflora negativa.  L’eubiosi invece è favorita dalla dieta mediterranea ricca di polifenoli, antiossidanti, fibre e acidi grassi omega 3.
La connessione tra alimentazione, stile di vita e il rischio di sviluppare possibili forme più gravi di malattia a partire da un’infezione virale è più forte di quanto si possa pensare.
Oggi la scienza è andata avanti, Cucina Evolution Academy, l’Accademia Europea di Nutrizione Culinaria, ha scoperto come riformulare anche le ricette più grasse e zuccherate sostituendo grassi e zuccheri e aumentando al contempo gusto e fibre prebiotiche nelle ricette della tradizione italiana dalla carbonara al tiramisù.
Leggi il report completo e tante altre curiosità nel libro “Cucina Evolution BuonaDaVivere! In Forma Senza Dieta” della Dott.ssa Chiara Manzi e partecipa al club “Uno in più con noi”!

La Food Valley e Casa Artusi nella serie tv della CNN “Searching for Italy”

L’Emilia Romagna con la sua Food Valley è andata in prima serata tv, domenica 28 febbraio, sugli schermi della CNN, la più importante emittente televisiva americana, nel terzo episodio della nuova docuserie “Searching for Italy” - Il conduttore è la star di Hollywood, Stanley Tucci, attore, scrittore e regista che ha accompagnato i telespettatori statunitensi tra Bologna, Modena, Parma e Rimini – Arrivato a Forlimpopoli, patria di Pellegrino Artusi, l’attore italoamericano ha indossato il grembiule e messo le “mani in pasta” in Casa Artusi e nella cucina di una “Marietta”, dove ha imparato a fare tagliatelle e Ragù alla Bolognese – In attesa di poter tornare a muoversi, la serie tv americana presenta al pubblico itinerari che diventano fonte di ispirazione per i prossimi viaggi (www.cnn.com › travel › article) – 
Le tradizioni gastronomiche dell’Emilia Romagna, la sfoglia tirata a mano nelle cucine di casa, il ragù cucinato con lentezza, gli inimitabili prodotti tipici della Food Valley emiliana, la bellezza delle città e dei paesi lungo la Via Emilia, Casa Artusi a Forlimpopoli, tutto ciò è stato raccontato al grande pubblico televisivo americano, in prima serata tv da Tucci, attore famoso in tutto il mondo (protagonista di Hunger Games e Amabili Resti, premiato nel corso della carriera con due Golden Globe e una candidatura all’Oscar) americano di origini calabresi e grandissimo appassionato di cucina italiana. Per la serie “Searching for Italy” è volato in Emilia Romagna per scoprirne le tradizioni, incontrarne personaggi, produttori e raccontarne le storie appassionanti che stanno dietro alla ricchezza del patrimonio enogastronomico regionale. La serie tv presenta al pubblico statunitense (che è in attesa di poter tornare a muoversi/viaggiare) itinerari che diventano fonte d’ispirazione per i prossimi viaggi. La puntata emiliano romagnola è già stata anticipata nei suoi contenuti da numerose testate online americane, tra cui anche il prestigioso Forbes (www.forbes.com/sites/irenelevine/2021/02/19/ searching- for-italy-tuccis-bologna-episode-showcases-gems-of-emilia-romagna/?sh=1f46ab7d93b6).

Nel terzo episodio, intitolato “Bologna” - anche se in realtà si va alla scoperta di altre città dell’Emilia Romagna che hanno contribuito a costruirne la fama di Food Valley italiana - Tucci racconta con leggerezza la Bologna della buona tavola, con i tortellini, le tagliatelle, la mortadella, ma anche quella dei Portici più lunghi del mondo, candidati a Patrimonio Unesco dell’Umanità, di Piazza Maggiore con la Basilica di San Petronio, la quinta chiesa più grande del mondo e del colorato mercato medievale del Quadrilatero. A Modena, città Patrimonio Unesco, parlando di cucina, non si può non ricordare al pubblico televisivo che qui sono nati lo chef pluristellato Massimo Bottura, con il suo ristorante Osteria Francescana e Luciano Pavarotti, tenore nel cuore di ogni italiano, a cui Modena ha intitolato il Teatro Comunale. Modena è anche la capitale della Motor Valley, quell’incredibile territorio, dove sono nate le fabbriche delle auto da sogno: Ferrari, Lamborghini, Maserati. Chi è a caccia di prelibatezze qui potrà visitare le Acetaie storiche, dove nasce un prodotto unico, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. La CNN racconta anche Parma, Città Capitale Italiana della Cultura 2021, con i suoi prodotti gastronomici più celebri e osannati: il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma, ma anche i tipici anolini. Nel Parmense si sviluppa anche il circuito dei Musei del Cibo: dal Museo del Parmigiano Reggiano a Soragna al Museo del Prosciutto a Langhirano, dal Museo del Salame nel castello di Felino al Museo del Pomodoro e della Pasta e il Museo del Vino nella Rocca di Sala Baganza, fino ai Musei del Culatello all’Antica Corte Pallavicina e dell’Olio a San Secondo Parmense. Arrivato in Romagna, a Forlimpopoli, nelle sale di Casa Artusi, Stanley, Tucci ha fatto prima un salto nella biblioteca a spulciare tra lettere e documenti d’epoca, poi ha finalmente messo le mani in pasta sui banconi infarinati della scuola di cucina di Casa Artusi e a casa di una Marietta.
«Tucci si è rivelato una persona gentile e squisita - raccontano da casa Artusi - Quando non è in tour o sul set, cucina lui personalmente tutti i giorni per la moglie Felicity Blunt (sorella dell’attrice Emily Blunt) e i cinque figli». Per raccontare gli usi di Romagna e l’autentica cucina di casa che si porta in tavola ogni giorno lungo la Via Emilia, Tucci e la troupe di “Searching for Italy” sono entrati nell’abitazione privata della Marietta Barbara (le “Mariette”, che devono il loro nome all’insostituibile cuoca e governante di Pellegrino Artusi, Marietta Sabatini, sono l’associazione di cuoche di casa di Casa Artusi) e insieme hanno chiacchierato e preparato il ragù per le tagliatelle, secondo due diverse ricette: quella classica artusiana del libro “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene” e quella rivisitata dalla Marietta Barbara. A Forlimpopoli la troupe è arrivata lo scorso settembre 2020 durante la pandemia e le riprese sono state girate in un set “blindato”. L’episodio della “docuserie” parla anche di Rimini, descritta come una città amata non solo per le sue spiagge, ma per la sua bellezza artistica e per Federico Fellini. Rimini è anche il punto dove nasce la Via Emilia, l’antica strada romana che attraversa la regione da Rimini a Piacenza. I sei episodi della docuserie – oltre che in Emilia-Romagna – sono stati girati anche in Toscana, Lombardia, Sicilia, a Roma, Napoli e in costiera Amalfitana. Gran parte delle riprese è stata portata a termine nel 2019, ma ora, grazie alla CNN, l’Italia arriva negli USA!

(nella foto Stanley Tucci a Parma con Nicola Salvadori)

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