Questo sito utilizza cookie tecnici per consentire la fruizione ottimale del sito e cookie di profilazione di terze parti per mostrare pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all'installazione di qualsiasi cookie clicca sul pulsante "Scopri di più". Chiudendo questo banner acconsenti all'uso dei cookie

Il "baldacchino" della pandemia del 1630, in mostra a Bologna

Il "baldacchino" della pandemia del 1630, in mostra a Bologna

Fino al 18 luglio p.v., la Raccolta Lercaro - presso l'Istituto Veritatis Splendor - espone nelle proprie sale, il “Baldacchino votivo” fatto costruire dai cittadini bolognesi al termine della terribile epidemia di peste del 1630 e, dal 1634, utilizzato per le processioni di ringraziamento alla Vergine del Rosario. Realizzato in velluto, seta, fili d’oro e d’argento, il prezioso manufatto è composto da una copertura in cangiante seta azzurra trapuntata di stelle dorate e da 4 bandinelle laterali su cui sono ricamati e dipinti, su disegni di scuola reniana (del Guido Reni) i santi protettori delle singole Corporazioni locali. Straordinariamente conservato, si presenta come il risultato di un minuziosissimo lavoro di artigianato artistico capace di armonizzare sapientemente padronanza della tecnica e devozione religiosa. Oggi, nel cuore della seconda primavera segnata dal Coronavirus, la Raccolta Lercaro vuole offrire al pubblico non solo la fruizione di un capolavoro cittadino, ma anche e soprattutto un’occasione concreta per mettere in rapporto il tempo presente con quello passato e con tutto il suo portato umano e culturale, giunto a noi sotto forma di storia collettiva e tradizioni.

«La peste del 1630 scosse la città dalle fondamenta. Alla fine di ottobre si contarono in città più di 20.000 casi su una popolazione residente di circa 60.000 abitanti. Durante i mesi dell’epidemia, soprattutto da maggio a settembre, l’organizzazione sanitaria ed economica della Città vide indiscusso protagonista il cardinale legato Bernardino Spada. Accanto a lui, a capo dei lazzaretti,  il gesuita Angelo Orimbelli e gli “assunti di sanità”, un gruppo di nobiluomini che affiancavano il Cardinale nella gestione dell’epidemia. Colpisce ancora oggi e meravigliò i contemporanei l’apertura mentale del legato pontificio che provò a governare l’epidemia con regole moderne, che abbiamo ritrovato oggi, nella nostra epidemia dell’anno 2020. Purtroppo, come riconobbero qualche anno dopo anche coloro che si erano mostrati freddi davanti alle scelte sanitarie operate dal Cardinale, gli effetti non si videro come avrebbero potuto perché le regole furono spesso boicottate. Si dispose per tempo un cordone sanitario intorno alla Città, controllando gli ingressi di persone e merci. Nei lazzaretti si applicarono precise norme igieniche e gli operatori sanitari indossavano guanti, camice e mascherina, che erano cambiati dopo ogni ingresso al lazzaretto per il trasporto di ammalati. Fatto il servizio e prima di cominciarne un altro, si toglievano i vestiti e indossavano altri camici, altri guanti e altre mascherine. Gli abiti indossati erano esposti all’aria per le successive 24 ore. Gli infermieri - i vituperati “monatti” milanesi - prima di lasciare il servizio, che durava 15 giorni, restavano in quarantena per altrettanto tempo in un’area del lazzaretto a ciò dedicata. Si potrebbe dire che, dove mancava la prova scientifica del bene operare, subentrava l’osservazione sperimentale. Le disposizioni emanate diventeranno “preziose reliquie, anzi sacrosanti oracoli, per la salute della Posterità saranno le sue regole […]”. Un auspicio in parte immediatamente recepito con le pubblicazioni che seguirono nello stesso 1631, ma poi dimenticate fino al XX secolo, quando riemersero attraverso i lavori di Luigi da Gatteo e Antonio Brighetti. Il Cardinale e il suo gruppo di lavoro hanno avuto la capacità di superare i dettami della conoscenza vigente e, senza entrare nel merito della discussione teorica, hanno imposto delle nuove regole di comportamento accompagnate da un inusuale stile di vita. Le disposizioni dello Spada, infatti, non si traducono in semplice “grida”, ma diventano norme da doversi osservare e sulle quali il Cardinale vigilerà personalmente. Capolavoro finale di questa attenzione è la prima processione di ringraziamento, svoltasi il 27 dicembre 1630. Il Cardinale, benché non si registrassero più decessi ed i lazzaretti fossero stati chiusi, non voleva abbassare la guardia. La processione, ormai inderogabile, avviene in maniera straordinariamente moderna, diremmo oggi, a numero chiuso. La città è rappresentata attraverso esponenti di categoria che sono i soli a poter entrare nella chiesa di san Domenico, dove è esposto, per la prima volta, il “pallione del voto” (grande pala) di Guido Reni, appena eseguito e voluto dalla Città. I cittadini riprendono una vita del tutto normale solo nel febbraio del 1631. Si aprono le botteghe e si riorganizza la vita sociale ed economica. I bolognesi, attraverso le Corporazioni, intendono lasciare dei segni duraturi a ricordo dell’epidemia. Lo fanno da subito con il dipinto del Reni e, quattro anni dopo, nel 1634, con una vera festa di ringraziamento. La Vergine del Rosario, a cui si erano rivolti, viene portata in piazza Maggiore e da qui processionalmente torna in san Domenico sotto un baldacchino appositamente ricamato e donato dalle “Arti” della città. Tutte le forze economiche contribuiscono e sono rappresentate sul baldacchino attraverso i santi protettori ricamati e dipinti sulle bandinelle laterali».

Franco Faranda, Le Arti e la peste a Bologna: il Baldacchino votivo del 1634. Riflessioni ai tempi del Coronavirus, Bologna, Il Mulino, 2021.

L’opera, recentemente recuperata grazie all’intervento dei Rotary cittadini e poi tornata nella basilica di san Domenico, dove è custodita per conto della proprietà (Fondo Edifici di Culto), normalmente non è fruibile dal pubblico. 
Oggi, mentre l’epidemia di Coronavirus fatica a essere debellata, questo “dono” ricorda l’altra grande epidemia, l’impegno della città e soprattutto la capacità di ripartire dal bello.

Si ringraziano:
il Fondo Edifici di Culto, la Soprintendenza competente e il convento di san Domenico per la disponibilità al prestito, Manuela Farinelli, per i controlli conservativi e Paolo Dalla, per la realizzazione dell’allestimento.

Orari: martedì e mercoledì: 15-19. Giovedì e venerdì: 10-13 / 15-19. Venerdì 7 maggio 2021, in occasione di Art City: 10-13 / 15-21.30. Chiuso nel fine settimana e nei festivi infrasettimanali (fino al permanere dell’emergenza sanitaria).

L’Istituto Veritatis Splendor è il frutto permanente del Congresso Eucaristico Nazionale del 1997, nato dalla sinergia fra l’Arcidiocesi di Bologna e la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro, e da queste promosso e sostenuto.  Al suo interno, la collezione d’arte della Raccolta Lercaro, che nasce dall’unione delle opere personali acquisite dal cardinale Giacomo Lercaro (arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1968) con quelle che artisti, collezionisti o semplici estimatori, nel tempo, gli hanno voluto donare in segno di profonda stima. Il primo “dono” risale al 1971 ed è rappresentato dall’omaggio di quattro artisti bolognesi (Aldo Borgonzoni, Pompilio Mandelli, Enzo Pasqualini, Ilario Rossi) al Cardinale in occasione del suo 80° compleanno. È questo l’evento da cui si origina l’idea di aprire a tutti la fruizione delle opere allestendole nelle sale di villa san Giacomo, la residenza del Cardinale sulle colline bolognesi. Negli anni successivi, la graduale apertura a un pubblico sempre più ampio e l’incrementarsi delle donazioni rendono necessario l’ordinamento secondo criteri museografici. A un primo lavoro svolto da Franco Solmi segue la direzione artistica di Marilena Pasquali che, nel 2003, cura anche il trasferimento nell’attuale sede, ristrutturata grazie al contributo della Fondazione Carisbo. Infine, nel 2008, S. E. Mons. Ernesto Vecchi, Presidente della Fondazione Lercaro, nomina direttore artistico Andrea Dall’Asta SJ, il quale, nel rispetto dell’originario assetto della collezione secondo il concetto di Wunderkammer (camera delle meraviglie), ripensa l’allestimento come espressione di un dialogo attivo tra antico e contemporaneo.   La collezione permanente oggi comprende opere di Giacomo Manzù, Arturo Martini, Francesco Messina, Mimmo Paladino, Vittorio Tavernari, Giovanni Boldini, Georges Rouault, Ettore Spalletti e molti altri. Tra le opere di pittura e grafica, lavori di Giacomo Balla, Filippo de Pisis, Renato Guttuso, Antonio Mancini, Giorgio Morandi, Adolfo Wildt. Questi dialogano con alcune pregevoli opere antiche, tra cui un tondo in gesso raffigurante una Madonna del Latte (fine XV-XVI secolo) e tre arazzi di manifattura fiamminga (fine XVI-inizio XVII secolo).


www.raccoltalercaro.it
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Istituto Veritatis Splendor 
Via Riva di Reno, 57, 40122 Bologna BO
 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Condividi sui Social

Submit to DeliciousSubmit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to StumbleuponSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Rivista mensile cartacea e Ipad - Newsletter quindicinale - Trasmissione tv - Eventi live

Tipicità e turismo enogastronomico, cucina del territorio, ristoranti e ristoratori, chef, vini e vigneron, hotellerie, itinerari turistici, trend di mercato, cultura e lifestyle.

Contatti

Degusta Srl
Via Francesco Cilea, 10
40141
Bologna (BO)
PI 03533051201
marketing@degusta.tv